BIELORUSSIA. LE RAGIONI DELLA CRISI

ore 15.00 - Risiko
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RISIKO – Con Antonio Albanese e Graziella Giangiulio, direttore e condirettore di AGC Communication

Il 9 agosto 2020 si sono svolte le elezioni presidenziali in Bielorussia. I risultati hanno provocato immediatamente accese ( ma pacifiche) proteste da parte della popolazione, nonché lo sdegno della comunità internazionale. La manipolazione del responso elettorale ad opera del presidente Lukashenko, soprannominato non a caso “l’ultimo dittatore europeo”, è un’evidenza inoppugnabile. Per comprendere le ragioni della crisi in atto in Bielorussia, infatti, bisogna anzitutto conoscere l’uomo che da ben 26 anni ne detiene il potere.

Chi è Alexander Lukashenko? Il condirettore di AGC Communication, Graziella Giangiulio, ci fornisce un quadro completo in merito a questa controversa figura politica. Aljaksandr Ryhoravič Lukašėnka nasce a Kopys, in Bielorussia, nel 1954. Insegnante, laureato presso l’Accademia agricola di Minsk, negli Anni ‘70 trascorre anche cinque anni nell’esercito. Ricopre incarichi politici nel Komsomol dei giovani comunisti, poi dal 1982 al 1992 assume incarichi dirigenziali e di partito all’interno delle c.d. aziende agricole collettive statali. La sua “vocazione” per la politica è indiscutibile, ed è un conservatore convinto. Nel 1990 viene eletto al Parlamento. Nel 1994 diventa per la prima volta Presidente della Repubblica della Bielorussia, rieletto per ben 6 mandati attraverso forzature legislative, modifiche alla Costituzione e, soprattutto, mediante una forte repressione nei confronti dei suoi oppositori.

E, infatti, negli ultimi quindici anni il presidente della Bielorussia è stato fortemente contestato dalla comunità internazionale proprio in ragione delle ripetute violazioni dei diritti umani. Non a caso – ci ricorda Graziella Giangiulio – la Bielorussia è tuttora l’unico paese europeo in cui esiste la pena di morte. E chi non viene ucciso, è imprigionato e costretto a vivere in condizioni disumane. Di tanto in tanto, solitamente in vista di qualche elezione, Lukashenko veste i panni “del buono” e fa liberare alcuni prigionieri politici, come accaduto a ridosso del voto del 2006. Nel 2014, invece, si è travestito da “ambasciatore di pace” tra Russia e Ucraina, e in effetti la sua mediazione con Putin portò ad un accordo di 13 punti a cui seguì ( con molte difficoltà) la sospensione del conflitto.

Ad ogni modo, negli ultimi anni il vento sembra essere cambiato anche in Bielorussia. A non essersene accorto è stato proprio Lukashenko che – osserva il condirettore di AGC Communication – probabilmente nella gestione delle questioni interne “ha peccato di eccessiva presunzione”. Anche in occasione di questa ultima tornata elettorale, i suoi avversari più temibili sono stati rinchiusi in carcere. Ma lo scorso agosto a portare avanti la protesta del popolo bielorusso sono state tre donne, le mogli degli avversari politici di Lukashenko, che si sono candidate al posto dei loro compagni imprigionati: Svetlana Tikhanovskaya, Maria Kolesnikova, Veronika Tsepkalo.

Ed è proprio Svetlana Tikhanovskaya, moglie di Sergei Tikhanovsky, la rivale più temibile per Lukashenko, che ha saputo conquistarsi la fiducia e il consenso di quanti vorrebbero veder deposto lo “zar di Minsk”, soprattutto i giovani.

Il distacco tra Alexander Lukashenko e il popolo bielorusso è divenuto insanabile, soprattutto in ragione dell’incapacità di Lukashenko di creare un’economia solida per garantire benessere ai suoi cittadini. La sua gestione disastrosa della pandemia, ha peggiorato notevolmente la situazione. E, infatti, la “cura” di Lukashenko contro il Covid-19 a base di vodka e sauna, ha prodotto più di 600 morti e oltre 68 mila contagiati, un numero considerevole per una popolazione di 9 milioni di abitanti. La povertà è uno spettro reale per i cittadini bielorussi.

Le grandi novità di questa nuova stagione di proteste sono tre, ci spiega il condirettore Giangiulio. La prima riguarda l’entità delle manifestazioni. Nel 2016 si contavano in piazza circa 10/12 mila manifestanti. Nelle manifestazioni di agosto, i manifestanti sono arrivati ad essere più di 200 mila, e questa volta la protesta ha interessato non soltanto la capitale ma tutto il territorio nazionale. La seconda novità, è rappresentata dagli scioperi delle fabbriche statali, in particolare in quelle che producono mezzi agricoli, che per Lukashenko hanno da sempre costituito un bacino elettorale sicuro. La terza novità è costituita dalle dimissioni di diversi funzionari pubblici, che sono entrati a far parte del Comitato creato dalla Tikhanovskaya. Tra questi ci sono anche alcuni dirigenti delle televisioni di Stato. Questo Comitato si propone di raggiungere due obiettivi ben precisi: il riconoscimento da parte della UE della Tikhanovskaya come presidente della Bielorussia; una raccolta firme, non per tornare a votare, bensì per il riconteggio dei voti delle elezioni. In base ai risultati elettorali “ufficiali” Svetlana Tikhanovskaya, si sarebbe attestata al 9,9% dei consensi. Dal canto suo, la leader dell’opposizione è sicura di aver raggiunto in un alcuni distretti il 70% dei voti.

La situazione è molto tesa. Le persone non sono andate a lavorare dal 10 fino al 30 di agosto. Le manifestazioni continuano in ogni parte del Paese. La Tikhanovskaya, che nel frattempo è stata costretta a scappare dalla Bielorussia, guida la protesta dalla Lituania e raccoglie consensi a livello internazionale. Nel frattempo si parla di decine di morti, di centinaia di feriti, e di diverse “sparizioni”. E per evitare che ci siano “testimoni” a poter documentare la repressione, Lukashenko ha pensato bene di cacciare via molti giornalisti internazionali.

Se la situazione interna per Lukashenko è complicata, le relazioni esterne non sono da meno, persino con la Russia, con cui il presidente bielorusso ha sempre mantenuto rapporti molto stretti già dai tempi di Boris Eltsin. Il patto di ferro tra Mosca e Minskci spiega Antonio Albanese, direttore di AGC Communication – non si è mantenuto in piedi in ragione soltanto di questioni storiche e culturali, bensì perché il territorio della Bielorussia è attraversato da oltre 2 mila chilometri di oleodotti e 7 mila chilometri di gasdotti che fanno parte del colossale impianto petrolifero e gasifero russo. Di certo una buona ragione per mantenere buoni rapporti di vicinato, anche se i conflitti in questi anni non sono mancati.

Nel 2017 – ricorda il direttore Albanese – la Bielorussia ha chiuso, anche se per un breve periodo, le frontiere con la Russia in ragione del prezzo della benzina. Ed è proprio relativamente al prezzo del greggio che i rapporti tra Minsk e Mosca si sono raffreddati. Fino allo scorso anno – ci spiega il direttore di AGC Communication – la Bielorussia pagava le forniture di gas e petrolio provenienti da Mosca in base alle tariffe interne della Russia, come se Minsk fosse stato ancora territorio russo. Scaduto questo contratto nel 2018, non si è riusciti a trovare un diverso accordo tra le parti, tant’é che c’è stata la chiusura dei “rubinetti” del petrolio e del gas russo per la Bielorussia. A quel punto Lukashenko si è stato costretto a rivolgersi per la prima volta ad altri Paesi, antagonisti della Russia, a cominciare dalla Lituania e dalla Danimarca.

Ma quando Lukashenko si è rivolto agli USA, la Russia ha cominciato a preoccuparsi. Lo scorso febbraio il Segretario di Stato degli Stati Uniti, Mike Pompeo, si è recato in visita a Minsk (era dai tempi di Bill Clinton che un rappresentante del Governo americano non sbarcava in Bielorussia). Nell’ambito della sua visita Pompeo ha pubblicamente esternato la disponibilità degli USA a rifornire al 100% la Bielorussia delle risorse necessarie per il suo sostentamento, sostituendosi così completamente alla Russia. Una “proposta indecente” che ha messo in fibrillazione Putin, ma non tanto quanto la notizia di una collaborazione tra l’intelligence americana e quella bielorussa in campo terroristico che, ha fatto sapere proprio Lukashenko, ha portato all’arresto di estremisti che tentavano di contrabbandare armi nucleari. Questa situazione ha costretto Mosca a cercare una soluzione conciliativa, che si è concretizzata tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, con una nuova proposta di accordo a Minsk. Lukashenko però, ha contestato duramente la parte dell’accordo che prevedeva una sorta di unione doganale tra Russia e Bielorussia, che avrebbe fatto tornare Minsk nell’area “protettrice” di Putin. Lukashenko, quindi, a ridosso del voto di agosto, dichiara che “mai la Bielorussia si fonderà con Mosca”, rivendicando l’autonomia e l’indipendenza del suo paese.

I rapporti si raffreddano ancora una volta, tant’è che all’indomani del voto del 9 agosto Putin non è andato subito in soccorso del suo storico alleato. Solo nei giorni scorsi la Russia ha apertamente espresso la sua solidarietà nei confronti di Lukashenko. Dapprima, Mosca ha difeso l’operato di Lukashenko, dichiarando che il presidente bielorusso avrebbe fatto tutto il possibile per normalizzare le proteste. Poi è intervenuto il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, che ha fatto sapere alla comunità internazionale che Mosca risponderà con fermezza a qualsiasi tentativo “esterno” di allontanare la Bielorussia dalla Russia, e qui il riferimento era chiaramente diretto agli USA. Il Ministro Lavrov ha anche aggiunto che, secondo le informazioni di Mosca, circa 200 estremisti provenienti dall’Ucraina si troverebbero in territorio bielorusso per fomentare le proteste contro Lukashenko.

Il cambio di passo da parte dell’amministrazione guidata da Putin – ci spiega il direttore Albanese – può essere interpretato quasi come un fatto dovuto, nel senso che Mosca non può permettersi un altro elemento di instabilità in quell’area ( evitare un’altra Ucraina per intenderci) e nemmeno di lasciare spazio agli americani a ridosso dei suoi confini. Ad ogni modo Mosca ha escluso un intervento delle forze armate russe a sostegno del regime di Lukashenko.

Cosa possiamo aspettarci nelle prossime settimane? A un buon osservatore, non possono di certo sfuggire le difficoltà di Lukashenko. Un leader che ormai ha fatto il suo tempo, che non si è reso conto che il mondo è cambiato, soprattutto di come lo sviluppo tecnologico abbia infranto i suoi sogni di isolare la Bielorussia dal resto del mondo ( al riguardo è significativo il ruolo avuto dai social media nelle proteste). Lo “zar di Minsk” tenta di reagire e avverte il suo popolo: “Se l’opposizione vincerà sarà un massacro, molto peggio di quello che è successo in Ucraina. Non voglio che il paese venga fatto a pezzi.” La Bielorussia inevitabilmente si aprirà all’esterno e Lukashenko, con molta probabilità, dovrà rassegnarsi a “concedere” ai suoi oppositori un ballottaggio e a vedere tramontare il suo piccolo impero.

Graziella Giangiulio, da navigata e astuta giocatrice di risiko, in questa crisi vede anche la possibilità di un riposizionamento dei giocatori. E’ plausibile ipotizzare, infatti, che la Russia possa concedere al suo antagonista americano delle posizioni in altri settori geopolitici ( per esempio in Libia o in Siria), in cambio dell’allentamento della presenza USA in Bielorussia. In questo modo non solo Mosca metterebbe in sicurezza le sue condutture di gas e petrolio ma, senza competitor all’orizzonte, non sarà costretta a concedere più del dovuto a Minsk.

Il periodo di transizione è iniziato.

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