COM’È ANDATA A FINIRE? IL CASO DI DANIELA BANI

Copia di per ammazzarti maglio

PER AMMAZZARTI MEGLIO – CON ILARIA BONUCCELLI E LA PARTECIPAZIONE DI GIUSI GHILARDI, MAMMA DI DANIELA BANI

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L’omicidio di Daniela Bani, a distanza di sei anni dalla morte della giovane donna e madre di due bambini, continua a far discutere. C’è un colpevole condannato a trent’anni di reclusione per aver ucciso sua moglie, nonostante ciò le Istituzioni non stanno rendendo giustizia alla famiglia della vittima.

L’assassino dopo aver commesso il delitto è scappato nel suo paese di origine, la Tunisia. Esiste una Convenzione bilaterale tra Italia e Tunisia in base alla quale le autorità tunisine devono dar seguito alla condanna comminata dalla giurisdizione italiana nei confronti di un loro cittadino. A quanto pare, però, le Autorità italiane non riescono nemmeno per via diplomatica a venire a capo della situazione. Sono stati necessari ripetuti appelli, lettere a mezzo di giornali e interviste televisive da parte della famiglia di Daniela Bani, per “costringere” i Ministeri italiani competenti ad attivarsi per verificare che effettivamente questa persona stia contando la pena per il delitto commesso.

La mamma di Daniela, Giusi Ghilardi, per la seconda volta ai microfoni di Radio Sparlamento, ripercorre insieme ad Ilaria Bonuccelli le tappe di questo calvario giudiziario e istituzionale. La signora Giusi chiede semplicemente di sapere se la persona che ha ucciso a coltellate sua figlia sia in carcere a scontare la pena di trent’anni di reclusione, così come prevede la Convenzione tra l’Italia e la Tunisia. Eppure sono quasi due anni che il Ministero della Giustizia ignora le richieste di questa famiglia.

Soltanto in una recente nota il Ministero della Giustizia, tramite la Direzione Generale Affari Internazionali e della Cooperazione, ha fornito delle parziali, e per alcuni aspetti contraddittorie, informazioni. Secondo questa nota, l’omicida in questione sarebbe detenuto in Tunisia dal gennaio 2019, in quanto ricercato dalle Autorità italiane per l’espiazione della pena di anni 30 di reclusione e in virtù della Convenzione summenzionata. Allo stesso tempo il Ministero della Giustizia “chiarisce” che trattasi di “notizie informali” fornite dall’Ambasciata italiana a Tunisi, e che la richiesta dell’Italia è in fase di istruttoria.

Com’è possibile che il Ministero della Giustizia dopo due anni non sia riuscito ad ottenere una nota ufficiale da parte delle Autorità tunisine, che dovrebbe essere un atto dovuto in base alla Convenzione? Due anni per sapere in via informale, quasi per sentito dire, che quest’uomo è in carcere. Non è dato sapere in quale Istituto penitenziario sia detenuto. Non è dato sapere se si tratta di uno stato di “fermo cautelativo” oppure se stia scontando la pena per l’omicidio di sua moglie.

Dopo sei anni la famiglia di Daniela Bani non riesce a trovare pace, perché giustizia ancora non è stata fatta. Il dolore per la perdita di una figlia non passerà mai, anzi – racconta Giusi Ghilardi – più passa il tempo e più la mancanza diventa forte e il dolore si acuisce. A dare forza a questa mamma sono i suoi due nipoti, figli di Daniela, che adesso dipendono da lei e suo marito.

E se ciò non bastasse, dopo due anni dalla sentenza della Cassazione, la famiglia Bani è ancora in attesa del deposito delle motivazioni da parte della Corte, senza le quali non possono fare richiesta per ottenere l’indennizzo da parte dello Stato per le le cd. “vittime collaterali” dei femminicidi.

Questi due nonni stanno crescendo i loro nipoti da soli, dovendo far fronte anche a tanti sacrifici economici per provvedere alle esigenze dei loro ragazzi, così come per continuare a pagare gli avvocati in cerca di giustizia certa. Assistere questa famiglia dovrebbe essere considerato dalla nostro “progredito” sistema democratico un atto di “umana giustizia”, che per qualche ragione le nostre Istituzioni stanno negando a questa famiglia.

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