LE IMPRESE RIPARTONO CON LA FINANZA INNOVATIVA, E FANNO “RETE”

Lo scorso venerdì 24 luglio a Roma ho partecipato, come direttore di Radio Sparlamento, alla conferenza stampa di Imprese Italia, nell’ambito della quale l’Associazione ha presentato il progetto “Ripresa Italia”, che prenderà il via venerdì 31 luglio a Milazzo. Dapprincipio, ho pensato si trattasse dell’ennesimo evento di promozione di attività e servizi per internazionalizzazione delle imprese che, per quanti frequentano la “piazza romana”, oramai sono all’ordine del giorno. Poi qualcosa ha attratto la mia attenzione, facendomi ridestare dal torpore causato dalla soffocante calura estiva. A quel punto, messe insieme le informazioni che i diversi interlocutori stavano fornendo a noi partecipanti, sono addivenuta ad una conclusione: che la divaricazione tra l’agire politico e il tessuto produttivo nazionale è arrivata ad un punto di non ritorno. In altre parole, l’imprenditoria italiana si sta organizzando in maniera indipendente dalle scelte politiche.

L’internazionalizzazione oggi (quanto meno in Italia) non è più intesa soltanto come l’espansione dei profitti attraverso il mercato estero, bensì come “scappatoia” per sopravvivere e fare impresa attraverso network che operano a livello globale. Provo a semplificare. In Italia, fino a qualche tempo fa, un’impresa con un valido progetto imprenditoriale ma senza disponibilità economiche e, soprattutto, senza la possibilità di poter contrarre dei prestiti, aveva un solo destino davanti a sé: chiudere la propria attività. Oggi, nell’era post-covid, l’alternativa c’è. Si chiama “finanza innovativa”, ed è rappresentata soprattutto da Fondi d’investimento internazionali che operano all’estero e che “rispondono” direttamente alla Banca Centrale Europa (BCE). Questo significa che per quell’85% di soggetti imprenditoriali italiani c.d. “non bancabili” ma con dei piani industriali validi, c’è la possibilità di ricevere credito: ossia liquidità! In questo contesto il concetto di banca a cui siamo abituati, diventa obsoleto. L’imprenditore, infatti, non si trova più davanti al bancario che valuta l’affidabilità di un’impresa in base alla possibilità della stessa di pagare le rate del debito secondo scadenze prestabilite. Fondi d’investimento come Elevia Investments valutano il progetto e la sua fattibilità, a prescindere se in passato l’imprenditore è stato un “cattivo pagatore”. Non significa dare soldi a pioggia a chiunque (come fa la politica), piuttosto premiare le “idee” e trasformarle in piani industriali che vengono seguiti passo passo. Si tratta di una grande opportunità per quella parte del nostro sistema produttivo “sano” dimenticato dalla classe politica. Qualcuno potrebbe obiettare che questi Fondi d’investimento, così come la maggior parte delle società costituite da questi network nazionali che raggruppano imprese e professionisti, operano all’estero. Stante la situazione, non potrebbe essere diversamente.

Il nostro Paese non è stato in grado negli ultimi venticinque anni di creare un ambiente favorevole all’attività d’impresa, ha creato imprenditori di seria A e imprenditori di serie B. Ha distribuito le risorse sempre a favore “dei soliti noti”, elargite agli amici degli amici accreditati nei Palazzi romani. Ha lasciato indietro e mortificato capacità ed ingegno, negando un’opportunità a quanti avrebbero potuto fare la differenza per il Paese. La notizia buona è che queste persone non hanno mollato, si sono aggrappate ad un fuscello di speranza in attesa di cogliere il momento giusto. A quanto pare, questo momento è arrivato, e chi ha dovuto stringere i denti può avere oggi una chance. La notizia cattiva è che questo scatto di orgoglio nasce da una frattura ormai insanabile tra la politica e il tessuto produttivo, che ha trasformato irrimediabilmente la sfiducia in diffidenza. Ed è paradossale che la politica sia ignara di quanto stia avvenendo, precludendosi ancora una volta la possibilità di anticipare gli eventi anziché esserne travolta.

Quali trasformazioni attendono il nostro Paese? E’ ancora presto probabilmente per avere un quadro unitario delle diverse possibilità, tuttavia ho l’impressione che questa direzione sia una strada che si può percorrere in un solo senso, e senza piazzole di sosta. Questa settimana i vertici della Banca d’Italia hanno riferito in Parlamento di un quadro macro economico allarmante: rispetto al 2019 la produzione del 2020 registra un – 20%, il commercio con l’estero un -12%, mentre si prevede una caduta del PIL attorno al 13%. Benché questa crisi sia stata causata da un fattore esogeno non imputabile a scelte politica, la politica italiana non ha voluto capire che la priorità nell’era post-covid doveva essere quella di mettere in salvo il sistema produttivo: quello che produce ricchezza e posti di lavoro. I risultati di questo disastro si vedranno a partire dal prossimo autunno, soprattutto dal prossimo anno. La liquidità negata avrà un effetto boomerang sulla politica, che si troverà a rincorrere un cambiamento epocale del quale è stato causa, ma non protagonista. La ripresa economica del Paese partirà da queste piccole grandi imprese che hanno il coraggio di rischiare tutto in prima persona.

Domani, venerdì 31 luglio, l’Associazione Imprese Italia, che nel prof. Mauro Alvisi ha un mentore d’eccezione, parte il suo tour nazionale dal Sud, nella consapevolezza che l’economia del Paese potrà ripartire nella misura in cui la crescita non sarà soltanto quella di qualche Regione. In una società sempre più interconnessa “fare rete” è una condizione imprescindibile per creare un sistema Paese forte, in grado di competere all’interno di una società globale. L’auspicio è che le nostre eccellenze (il “made in italy”)  che sono tentate a gettare la spugna, possano trovare in questo sistema di “rete” la possibilità di realizzare i loro sogni, e le nostre speranze.

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RIPRESA ITALIA

MILAZZO, VENERDÌ 31 LUGLIO 2020 ORE 10.00
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