SICUREZZA E CITTADINANZA TRA EBREI E MUSULMANI A GERUSALEMME

Una veduta aerea della città vecchia di Gerusalemme (MARINA PASSOS/AFP/Getty Images)

RISIKO – con Antonio ALBANESE e Graziella GIANGIULIO, direttore e condirettore di AGC Communicatione e Imam Yahya PALLAVICINI, presidente del Coreis Italia.

Puntata di mercoledì 19 maggio, ore 17.00

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Il racconto del conflitto tra Israele e Hamas che in quest’ultima settimana ci è stato propinato dall’informazione mainstream manca di alcuni importanti tasselli, necessari per inquadrare la situazione in una visione più ampia. Difatti, poco o nulla è stato detto delle numerose iniziative che hanno visto manifestare insieme cittadini arabi ed ebrei, uniti per chiedere la fine del conflitto armato. La rappresentazione della Città Santa che vive in perenne conflitto, invero, non prende in considerazione la realtà che vede arabi e musulmani collaborare per una pacifica convivenza. La sera del 13 maggio, Standing Together, un gruppo di coesistenza, ha organizzato manifestazioni in più di 25 località del paese con lo slogan “Fermare questo insieme”, per protestare contro la violenza intercomunitaria e il conflitto con Gaza. Il giorno prima, un altro gruppo di leader municipali arabi ed ebrei della valle di Jezreel, di Shfaram, Ramat Yishai, Beit Zarzir, Bir al Machsour, Yafia e altre località si sono incontrati per esprimere solidarietà e protestare contro le recenti violenze tra ebrei e arabi. Queste notizie sono state riportate dal Jerusalem Post eppure non adeguatamente riportate dai mezzi d’informazione internazionali ( per approfondimenti vedi https://www.agcnews.eu/israele-la-societa-civile-ebrea-ed-araba-rigetta-la-violenza-tra-le-comunita/ ). Il risultato di queste “omissioni” è evidente: un’opinione pubblica divisa tra chi sostiene Israele e chi, invece, è solidale con la causa palestinese.

Un altro elemento importante del conflitto in corso riguarda il coinvolgimento di un attore internazionale che con la sua azione potrebbe allargare i confini degli scontri. La Turchia di Recep Tayyip Erdoğan è pronta ad attuare un “modello Libia” per Israele, firmando un accordo con l’autorità politica di Gaza, Hamas, per ottenere così l’accesso al mare antistante Gaza e ai diritti energetici al largo della costa di Israele, hanno raccontato Antonio Albanese e Graziella Giangiulio ai microfoni di Radio Sparlamento. Anche in questo caso, le intenzioni del presidente Erdogan sono state riportate “a mezzo stampa”, pubblicate il 17 maggio scorso sul giornale turco filo governativo Yeni Safak . L’editoriale in questione sostiene che la Turchia potrebbe firmare un accordo con i palestinesi e aiutarli via mare. A quel punto il conflitto diventerebbe internazionale e anche il presidente Biden, al momento occupato in faccende interne, sarebbe costretto a prendere una posizione. “Uno dei fronti più forti del nuovo ordine mondiale sarà la Palestina” – si legge nell’editoriale – “Ecco perché le organizzazioni di intelligence devono stabilire e utilizzare tutti i mezzi e i metodi necessari per il sostegno delle armi alla Palestina. La Turchia dovrebbe condurli».

Parole che avrebbero dovuto far sobbalzare dalla sedia tutti i leader occidentali e trovare posto nelle prime pagine delle più importanti testate europee, ma così non è stato. Eppure, anche in questo caso non si tratta di complotti segreti ma di dichiarazioni pubbliche ( leggi anche https://www.agcnews.eu/turchia-le-mani-di-erdogan-su-gaza-replicare-il-modello-libia/). Tanto rumore per nulla? E’ un auspicio. Certo è che il presidente Erdogan, all’indomani del conflitto, ha cominciato a telefonare ad un folto numero di leader politici per fare il punto sulla questione ( o trovare alleati). Guarda caso, nella maggior parte dei casi si tratta di paesi in cui si stanno svolgendo manifestazioni pro Palestina: dal capo politico di Hamas, al presidente russo,Vladimir Putin, all’emiro del Qatar, al re di Giordania, allo sceicco del Kuwait. A questa lista si aggiungono: il re della Malesia, il presidente indonesiano, il presidente uzbeko, il primo ministro pakistano, il presidente algerino, il presidente della Repubblica di Cipro del Nord, il presidente del Kirghizistan, il presidente afgano, il presidente iracheno, il presidente nigeriano, il presidente della Libia, il sultano dell’Oman. Di certo, tutti questi colloqui ( compreso quello con Papa Francesco) stanno a dimostrare uno spiccato interesse del presidente Erdogan per il conflitto tra Israele e Hamas.

Al di là delle congetture è lecito domandarsi per quale motivo i nostri politici, commentatori e giornalisti abbiano tralasciato di darci conto di queste notizie. Non vogliamo pensare a intrighi e complotti, ad ogni modo queste “ombre” comunicative sono un valido motivo per approfondire la questione, ascoltando l’analisi proposta in questo podcast ( come sempre fatti alla mano) dai direttori di AGC Communication.

Buon ascolto…

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